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L'origine dell'abbazia é da porre nella donazione di una piccola chiesa che tale Benedetto, figlio di Auperto, fece nell'838 all'abate di Farfa, Siccardo. Quest'edificio si trovava, probabilmente, più a valle dell'attuale, ma alcuni reperti permettono di concludere che, prima dello stanziamento dei monaci cistercensi e dell'inizio della costruzione del complesso oggi esistente, sulla stessa area sorgeva un'abbazia benedettina, edificata (secondo un'accettabile congettura) per permettere il trasferimento in zona più idonea e salubre della comunità prima raccolta presso la chiesetta originaria. Si può ritenere, infatti, che non a questa, ma all'abbazia sorta nella nuova località si riferisca un documento del 1045.
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Per il periodo successivo, più sicure notizie sono riportate dell'Ughelli, che ricorda la riforma della comunità benedettina, realizzata da Eugenio III nel 1150, con il trasferimento di monaci cistercensi. Dall'Ughelli si apprende che la comunità cistercense, caduta in grave indigenza, venne risollevata dall'intervento di Innocenzo III con la concessione di beni e con il passaggio dall'abbazia savoiarda di San Sulpizio a quella di Pontigny. L'Ughelli ricorda il cardinale Capocci (nel 1207 vescovo di Viterbo) come fundator existimetur della nuova costruzione, ipotesi probabile, più di quella dell'Egidi che ascrive al cardinale Egidio de Torres il transetto e la parte più antica del chiostro (ponendoli tra il 1230 e il 1251), basandosi sulla lettura di un documento pontificio che sembra, con più probabilità, da riferire ad altri interventi.
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La data 1225 incisa due volte nella chiesa é considerata dall'Egidi quella della consacrazione. Del 1217 é un contratto concluso iuxta refectorium; nel 1244 si ha la prima citazione del chiostro. Successivi interventi si devono ad Alessandro IV. L'importanza che il monastero ebbe nel corso del secolo XIII - e che raggiunse il suo culmine sotto il pontificato di Gregorio X - é testimoniata, tra l'altro, da privilegi e riconoscimenti concessi dall'imperatore Ottone IV e dai re inglesi Giovanni ed Enrico III. I primi decenni del secolo successivo vedono la decadenza della comunità. L'assassinio dell'abate Guglielmo di Fiandra, perpetrato da un membro della potente famiglia viterbese dei Gatti (1317), costringe i monaci ad abbandonare la loro sede; solo dodici anni dopo, allorché il capo della famiglia rivale viene a sua volta ucciso, essi possono riprendere possesso dell'abbazia.
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Tra il 1379 ed il 1564 questa viene concessa ripetutamente in commenda a vari cardinali, e tra l'una e l'altra concessione viene successivamente amministrata dai chierici secolari e dai monaci Olivetani. Unica parentesi felice in questa secolare e progressiva decadenza, la lunga commenda del cardinale Francesco Todeschini (1461-1503), pronipote di Pio II Piccolomini e poi pontefice egli stesso, col nome di Pio III. Questi si preoccupò di restaurare chiesa, alcune parti della quale si trovavano in cattive condizioni, e di sistemare i locali dell'annesso monastero. Allorché, il 20 giugno 1564, il cardinale Ranuccio Farnese, beneficiario dell'ultima commenda, ne fece formale rinuncia, il papa Pio IV unì in perpetuo l'abbazia alla mensa capitolare della basilica vaticana di San Pietro. Nel 1645, però, Innocenzo X Pamphilij ne autorizzò la permuta con altre terre, e la cedette alla cognata, donna Olimpia Maidalchini, insieme alla cittadina che vi era sorta intorno.

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Quest'ultima, eretta a principato, divenne il capoluogo del feudo, e l'abbazia, indipendente da ogni diocesi, fu eretta in collegiata, sotto la protezione della famiglia Pamphilij. Un disegno (Cod. Vat. Lat. 11257, 42r) , attribuito a Virgilio Paola e aiuti (1663), riporta la situazione del nucleo prima delle realizzazioni volute da Olimpia Maidalchini, cui si deve la sistemazione dell'abitato, piccolo capolavoro di urbanistica seicentesca. L'edificio della chiesa denuncia diversi momenti costruttivi: la zona più antica é l'ambiente del coro e del transetto, la più recente quella della nave conclusa nel finestrone della facciata, aperto probabilmente nel '400. Posteriore a quest'ultimo di circa due secoli (1651-54) é l'aggiunta, ai lati della facciata, dei due massicci campanili, cui venne affidata la funzione di risolvere un grave problema statico: fare, cioé, da contrafforti alla facciata stessa, neutralizzandone la tendenza a slittare in avanti, causata dalla particolare natura del terreno.
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L'interno é diviso in tre navate, di cui quella centrale é larga il doppio delle altre due. Analogamente, ciascuna delle volte a crociera del soffitto della navata maggiore corrisponde, in lunghezza, a due di quelle laterali. A questa particolarità si collega la successione alternata di pilastri e colonne lungo le linee divisorie delle navate: i primi, infatti, costituiscono l'appoggio delle campate maggiori e delle corrispondenti laterali, mentre sulle colonne trovano sostegno le volte minori intermedie. Tre campate, delle dimensioni di quelle della navata principale, formano il transetto, nei cui bracci la volta é divisa in sei, anziché in quattro parti. Segue l'abside, che, con la sua forma pentagonale, costituisce un'eccezione nell'architettura cistercense.
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Gli ambienti conventuali sembrano rispecchiare una più unitaria progettazione, che, tuttavia, trae ugualmente origine da prototipi francesi. Legate alla chiesa mediante la sagrestia, tali ambienti si snodavano lungo il chiostro. Questo, come sempre, é da considerarsi il fulcro dell'insediamento. Di esso rimangono oggi solo alcune arcate gemine a tutto sesto nel lato Ovest, sormontate da un massiccio muro pieno, rotto solo da un piccolo rosone a quattro lobi. Non é facile, oggi, ricostruire il loro rapporto con la modanatura a sesto acuto che rimane nel lato Nord e l'aspetto originario, che, in senso ipotetico, può indicarsi sulla scia del chiostro dell'abbazia francese di Fontenay.
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L'andamento della Sala Capitolare, a nave unica, divisa in tre campate, con aperture a tutto sesto come gli archi posti a limite delle crociere, simile, nel profilo, a quelli della navata della chiesa, doveva essere sottolineato dal gioco delle modanature e degli elementi decorativi contro le spoglie pareti (gli affreschi attuali risalgono al XVII secolo). Tanta sobrietà strutturale é, in un certo senso, superata nella Sala dei Monaci (ill. 85). E' un ampio ambiente, diviso da tre alti pilastri composti da colonne affiancate, che concludono crociere anche con modanature a mandorla. Gli elementi decorativi richiamano le sale capitolari delle abbazie di Casamari e Fossanova, o di talune abbazie francesi (Silvacane). L'identificazione di questo ambience con la Sala dei Monaci é condotto in base al raffronto con strutture simili in conventi francesi. In essi, prima del XIII secolo, l'ambiente che concludeva l'edificio dei monaci serviva per i novizi; successivamente, riservato a sala di lavoro per i monaci, fu arricchito da camini, come appunto nella, sala di San Martino.

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