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Fu pagus falisco e dopo la distruzione di Falerii Veteres conobbe un periodo fiorente sotto la dominazione di Roma. La sua posizione su un pianoro tufaceo, difeso da profondi burroni, ha favorito nei secoli passati sicuri insediamenti, come attestano resti di tombe ipogee etrusche, alcune delle quali scavate nelle pareti strapiombanti sulla valle Suppentonia, ambiente di raro effetto. Deve il suo nome all'antichissimo cenobio di Sant'Elia, dove oggi sorge la Basilica, che ci rimanda agli asceti, antenati di San Benedetto, ad altre fondazioni del monachesimo occidentale. "Castello", cosi il paese viene chiamato dai suoi abitanti, si fa apprezzare per la coltura del nocciolo, della vite e dell'olivo.
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Piuttosto stimate le iniziative di piccole industrie nel settore ceramicolo e in quello del mobile. Il primo documento che menziona la zona é dell'872 e si riferisce ad una donazione fatta al monastero di San Benedetto di Pentoma da parte di tale Gregorio. Nel 1258 i benedettini cessarono di officiare nella chiesa di Sant'Elia che venne concessa con una bolla di Alessandro IV al Capitolo di Santo Spirito in Sassia.
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Tra i possedimenti della basilica viene citato anche il castello, ovverosia l'abitato che si era andato sviluppando nel pianoro sovrastante. Alla fine del XIII secolo venne ceduto in feudo agli Orsini. La donazione di Nepi e Ronciglione fatta da Paolo III al figlio Pier Luigi Farnese nel 1540, comprendeva anche l'abbazia di Suppentonia. Nel 1650 il Castello di Sant'Elia passò al governo della Chiesa.
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Si entra nel borgo attraverso una porta dalle forme medioevali con torretta, orologio e stemmi dei Farnese. L'abitato che si attesta sullo sperone tufaceo a picco sulla valle (notevole il panorama che si ammira dal belvedere di Sant'Anna), contiene i ruderi di una rocca risalente a Gregorio Magno, alcune fortificazioni duecentesche con baluardi rinascimentali, un intrigato dedalo di viuzze e casette, la settecentesca parrocchiale di Sant'Antonio abate, con le reliquie dei protettori Sant'Anastasio e San Nonnoso, e la Villa dei Petretti (XVIII secolo).
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I due monumenti piii significativi si trovano, però, fuori del centro storico: sono il Santuario di Maria Sanctissima ad Rupes e la Basilica di Sant'Elia. Per accedere al Santuario - inserito nel complesso del convento dei frati francescani di San Michele Arcangelo (micailiti) con la moderna chiesa di San Giuseppe, costruita su disegno di Carlo Waldis e consacrata nel 1910 - si scende lungo un cunicolo di 144 gradini scavati nella roccia in quattordici anni di duro lavoro dall'eremita Rodio alla fine del Settecento. La sua immagine e impressa in una lunetta in maiolica all'ingresso della scala.
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La Grotta Santa del santuario custodisce la miracolosa immagine della Vergine che adora il bambino addormentato sulle sue ginocchia (XVI secolo). In un ambiente adiacente si conserva una raccolta di paramenti sacri tra cui un prezioso cofanetto in legno e lamina di metallo del Duecento, paludamenti dell'antico cenobio di Sant'Elia (mitre, sandali pontificali, pianete, tunicelle e camici dal XII al XIV secolo i ricordi personali dell'eremita Rodio e una tavola con San Sebastiano martire. (Orario 8-12; 1518, ingresso libero tel. 0761.557729).
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La "Festa del Santuario" si celebra il 12 settembre, ma il periodo dei pellegrinaggi é esteso a tutto l'anno. Durante uno di questi, il 17 maggio 1896, alla presenza di migliaia di pellegrini, l'immagine della Madonna venne solennemente incoronata, per interessamento di padre Bernardo Doebbing, considerato come il "restauratore" del Santuario.
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Per un viottolo di campagna, conosciuto come la "strada dei Santi" si raggiunge la sottostante Basilica di Sant'Elia innalzata nell'VIII secolo, su un precedente cenobio benedettino, ricostruita nell'XI-XII secolo, in parte ristrutturata agli inizi del Seicento e restaurata nell'Ottocento da Virginio Vespignani sotto il pontificato di Pio IX. Successivi interventi risalgono al 1960 e, recentemente, al 1994.
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La chiesa si raggiunge anche in auto scendendo per una strada sul lato sinistro della porta d'ingresso al paese. E' probabile che in quel sito sorgesse il tempio pagano a Diana cacciatrice fatto costruire dall'imperatore Nerone sui resti di un'ara dedicata a Falacro, dio etrusco delle rocce. Gli inconsueti motivi architettonici di origine lombarda si innestano sugli schemi tradizionali delle basiliche paleocristiane che sopravvivono nell'architettura del Lazio costituendone, con i moduli bizantini, una caratteristica peculiare.
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La semplice facciata, a tre portali (XII secolo), presenta eleganti decorazioni nelle lunette laterali. Nell'interno a tre navate e tetto a capriate, si ammira un prezioso pergamo risalente al pontificato di Gregorio IV, ricomposto nel XII secolo con resti di recinzioni presbiteriali dell'VIII-IX secolo. L'altare maggiore é sovrastato da un elegante ciborio decorato da una croce cosmatesca. Notevoli l'ambone (unico documento di quella che fu la Schola Cantorum) e il pavimento cosmatesco del transetto e di parte della navata centrale.
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Gli affreschi dell'abside e dei transetti, di ispirazione bizantina, (IX secolo) sono attribuiti per tradizione ai fratelli romani Giovanni e Stefano e al loro nipote Raffigurano, nel catino, Cristo fiancheggiato dagli apostoli Pietro e Paolo e il profeta Elia, arcangeli, santi e dodici agnelli simboleggianti gli apostoli.
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Nel transetto i dipinti presentano vecchi barbuti dell'Apocalisse, fatti relativi alla morte e alle esequie di Sant'Anastasio e scene tratte dall'Apocalisse di San Giovanni. La cripta, sotto il braccio destro del transetto, si compone di due ambienti: il primo coperto da una volta a botte collegato alla navata destra da una scala custodisce la tomba di San Nonnoso; il secondo, comunicante con il primo, risulta più ampio e si sviluppa sotto la parte centrale del transetto e dell'abside dove si trova la tomba di Sant'Anastasio.
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La Basilica accoglie da anni, agli inizi di settembre, un concerto del Festival Barocco di Viterbo. Dell'adiacente convento, che per importanza doveva eguagliare quelli del monte Soratte e di Montecassino, non rimangono più tracce, se non nel piccolo cimitero alla destra della facciata.
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Il nome Suppentonia, oggi esteso all'intera valle, ci fa pensare alle cinque (pentoma) abbazie benedettine che circondavano Roma; il suffisso sub lascerebbe supporre che la comunità religiosa di Sant'Elia fosse considerata come dipendenza di una delle abbazie matriarche. Il fondovalle é di una bellezza incredibile e selvaggia, con la boscaglia stretta fra ripidi pendii profondamente incisi dal fosso della Ferriera.
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